Annachiara Modena

I Benefici Inps come oggetto di advocacy

Avete mai sentito parlare di advocacy? Probabilmente risuona con un’accezione più
politica e tra l’altro è una parola ancora orfana della sua traduzione italiana.
Consiste nell’insieme di azioni con cui un individuo promuove e sostiene la causa di un altro. Dunque attivamente, non solo attraverso le parole.

Tra le varie funzioni dell’assistente sociale c’è anche questa oltre l’accoglienza, l’ascolto dei bisogni e la progettazione del percorso di aiuto: rappresentare il punto di vista di chi ci sta di fronte e i suoi diritti rendendolo consapevole.
Il mondo dei benefici riconoscibili ed effettivamente riconosciuti dall’INPS costituisce un valido esempio di quanto sia fondamentale essere informati e guidati nella loro richiesta.
L’invalido civile è una persona con una difficoltà di salute fisica, psichica e/o sensoriale in un momento preciso della sua vita. Tale condizione non le permette di svolgere a pieno i propri compiti di vita soprattutto in relazione al lavoro.
Accanto a ciò l’handicap (riconosciuto dalla L.104/92) è lo stato di svantaggio sociale ed emarginazione causato da difficoltà relazionali, di apprendimento e lavorativo causate a loro volta da menomazioni fisiche o psichiche.

È faticoso riconoscersi in una di queste condizioni, ma quando ci si ritrova a vivere in uno stato di fragilità non voluto l’accettazione può passare anche attraverso ciò che la legge mette a disposizione come supporto e aiuto.
Se una persona non lavora o lavora in maniera limitata è lecito che possa vedersi riconosciuta una pensione come mezzo di sussistenza. Allo stesso modo che possa avere delle agevolazioni sull’acquisto di apparecchi che la supportino nella difficoltà fisica o ancora che possa avere accanto un familiare che usufruisce di permessi lavorativi quando necessario (tra l’altro ora anche i conviventi possono beneficiarne!)
Aggiungiamo anche la L.68/99 che valorizza le capacità lavorative residue di una persona e la inserisce nel canale agevolato delle categorie protette a cui le aziende possono attingere per assumere personale.

L’assistente sociale diventa dunque “una porta di accesso”, conducendo la persona verso il giusto sistema di quegli istituti che possono rispondere alle necessità presenti e future.
Tutto ciò che viene richiesto è un diritto che questa acquisisce ma di cui può anche non usufruirne o usufruirne in un secondo momento.
Sorridendo dico che possiamo sembrare un po’ rompiscatole quando vogliamo avere più dettagli possibili della vita di chi chiede aiuto. Iniziamo a fare una serie di domande come “quanti ha?”, “sta lavorando?”, “ha parenti che potrebbero assisterla in alcuni momenti?”, “com’è la sua condizione economica?”. Tutto è funzionale per comprendere meglio la situazione e dare le giuste indicazioni, soprattutto se ci prendiamo anche l’onere di scrivere una relazione che agevoli il giudizio della commissione medica.
È un gruppo di medici, infatti, che fa una valutazione quindi nulla è scontato e un punto di vista sociale è importante se consideriamo sempre l’individuo immerso nel suo ambiente di vita. Un professionista può rendere consapevole chi ha di fronte di che cosa avrebbe diritto per farlo arrivare alla visita preparata.

Quando mi trovo a spiegare l’iter per l’avvio delle varie domande le persone mi chiedono sempre carta e penna, non è così intuitivo in fondo. Meglio spiegare tutto anche due volte se si vuole evitare che l’altro si stufi, desista e pensi che sia troppo complicato.
Il nostro ruolo come professionisti è quello di semplificare le cose ove possibile iniziando ad elencare chi viene coinvolto a partire dal medico di base o un medico abilitato che avvia la richiesta per arrivare ad un patronato ed infine all’INPS. È un percorso fatto di vari passaggi che si conclude con la ricezione dei verbali direttamente a casa.

I benefici che può ricevere una persona giovane ancora in età lavorativa non sono gli stessi che può ricevere un anziano. Percentuali diverse, assegni mensili più o meno alti, rivedibilità, aggravamento… è un susseguirsi di informazioni anche confuse a volte, ma quando si tratta dei propri diritti brancolare nel buio o addirittura lasciar perdere non è mai buona cosa. E non si tratta di “rubare allo stato o approfittarsene”. A maggior ragione se siamo in una situazione difficile già di per sé perché non possiamo lavorare o perché non riusciamo a “fare da soli” il nostro sistema cerca di tutelarci. Pensate che i servizi socio-sanitari specialistici, come quello che si occupa della disabilità, per una presa in carico necessitano del giudizio della commissione INPS. Capiamone l’importanza.
Che poi la macchina si inceppi un pochino e i tempi siano molto lunghi è un dato di fatto ma ritengo che ne valga sempre la pena, soprattutto se in questo labirinto si è accompagnati.
E tu cosa ne pensi? Ti sei visto riconoscere i tuoi diritti?

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